| «Since then, at an uncertain hour, That agony returns: And till my ghastly tale is told This heart within me burns». The Rime Of Ancient Mariner (versi 582-585) by Samuel Taylor Coleridge |
«Da allora, ad ora incerta, quell’angoscia ritorna: e finché la mia agghiacciante storia non è detta, il mio cuore mi brucia dentro». La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge |
Primo Levi disse in più di un’occasione il senso di quel riferimento a Coleridge: «Ho citato a questo proposito il vecchio marinaio di Coleridge, che racconta la sua storia a gente che va a nozze e se ne infischia di lui» (Conversazione con Primo Levi di Giuseppe Grassano, in P. Levi, Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di Marco Belpoliti, Torino 1997, p. 178); «… il Vecchio Marinaio blocca gli invitati al matrimonio, che non gli prestano attenzione… e li costringe ad ascoltare il suo racconto. Ebbene, quando ero appena ritornato dal campo di concentramento, anch’io mi comportavo esattamente così».
«Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo» («Those who cannot remember the past are condemned to repeat it») Tratto da Reason in Common Sense (La ragione nel senso comune), primo volume del suo più complessivo lavoro The Life of Reason (La vita della ragione) di George Santayana
“E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”. Tratto da “I sommersi e i salvati” di Primo Levi
“Subito dopo la liberazione, era quasi proibito parlare di queste cose. E spiego anche il perché: gli Americani hanno avuto il terrore, oggi molto meno naturalmente direi che è quasi sparito, ma allora ai quei tempi il terrore del comunismo. Avevano paura dei Russi. I Russi avevano già invaso la Polonia, avevano timore che invadessero anche la Germania, che occupassero mezza Germania, che la incorporassero. Quindi avevano il terrore dei Russi, veramente terrore dei Russi. Quindi ripeto: non se ne parlava. Finché finalmente, per fortuna o per disgrazia non lo so, è stata istituita la giornata della memoria. 27 gennaio: è il giorno della liberazione di Auschwitz. In questa giornata io dovevo ancora cominciare le mie peripezie. Quindi per me non è affatto un giorno di liberazione, perché la mia liberazione è avvenuta il 14 aprile 1945, quindi molto tempo dopo, con le sofferenze peggiori che ho sofferto proprio nel mese di aprile. Quindi io ricordo la mia liberazione il 14 di aprile. Comunque ben venga il 27 gennaio, ben venga questa giornata, ben venga ricordare specialmente ai giovani che non hanno idea di che cosa si è sofferto. Serve moltissimo raccontare. Ma un conto è provare: le botte se uno non le prova, il bastone sulla schiena, il forcone sulla schiena, una, due, tre volte… Botte e la fame… Cos’è la fame? Diceva Guareschi: ‘E’ una cosa che se uno non la prova, non la può capire’. Quindi è una cosa che occorre provarla: io l’ho provata tante volte e non la auguro a nessuno…”. Gianfranco Cucco, presidente Aned – Associazione Nazionale Ex-Deportati - sezione di Bergamo, intervistato da Nicola Andreoletti
27 gennaio: giornata della memoria. In questo giorno nel 1945 vennero aperti i cancelli di Auschwitz. Il mondo conobbe una realtà ben peggiore di quella che si può fare nei più brutti incubi. Come Crazy Team Avis Villa siamo sempre goliardici, ma non in questo giorno. «Dentro la bocca stringiamo parole troppo gelate per sciogliersi al sole” parafrasando una bellissima frase contenuta nel brano “La guerra di Piero” di Fabrizio De André. Siamo spaventati: non di quello che siamo (almeno speriamo sia così), ma riguardando quello che è successo in passato, di quello che potremmo diventare. O forse essere… Per oggi ci fermiamo: vi lasciamo alle parole di Primo Levi. Tutti i libri di Levi andrebbero oggi citati, ma abbiamo scelto “I sommersi ed i salvati”, ultima opera apparsa nel 1986, un anno prima della sua scomparsa. Come si legge nella prefazione di Tzvetan Todorov, “i sommersi e i salvati sono una lunga arringa in favore della complessità, del rifiuto di accontentarsi di risposte facili, della necessità di un esame attento ai pro e ai contro. Ciascun capitolo “rende più complesso” un diverso teme. Il primo ci ricorda quanto la memoria sia fallace e quanto poco meriti una fiducia cieca, anche quando non si manipolata al fine di provare l’innocenza di chi ricorda. Il secondo affronta il vasto spettro dei comportamenti umani che coesistono nel campo di concentramento e che vanno dall’innocenza più completa alla colpevolezza più totale – con sfumature infinite tra i due estremi”. Perché “è avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”. «Levi pensa (e evidentemente ha ragione) non tanto a una ripetizione dell’identico, all’avvento cioè di un regime nazista nel centro Europa, quanto piuttosto ad una proliferazione di quei fattori che hanno reso l’orrore possibile – magari in altri Paesi, sotto altro nome, con nuove giustificazioni, non raggiungendo lo stesso parossismo ma producendo, quantomeno, massacri e sofferenze senza fine. Contro questo propagarsi del male, pensa l’autore, il richiamo del passato può essere salutare : non bisogna stancarsi mai di ricordare l’orrore antico. Ed è proprio quello che lui farà per tutta la sua esistenza, dopo Auschwitz». Tzvetan Todorov – dalla prefazione de “I sommersi e i salvati” di Primo Levi. A seguire alcune citazioni dei "I sommersi e i salvati" di Primo Levi e il brano Auschwitz dei Nomadi.
“I sommersi e i salvati” di Primo Levi
«Qui, come in altri fenomeni, ci troviamo davanti ad una paradossale analogia tra vittima e oppressore, e ci preme essere chiari: i due sono nella stessa trappola, ma è l’oppressore, e solo lui, che l’ha approntata e che l’ha fatta scattare, e ne soffre, è giusto che ne soffra; ed è iniquo che ne soffra la vittima, come invece ne soffre, anche a distanza di decenni».
«Non si leggano senza spavento le parole lasciate scritte da Jean Améry (Hans Mayer), il filosofo austriaco torturato dalla Gestapo perché attivo nella resistenza belga, e poi deportato ad Auschwitz perché ebreo: “Chi è stato torturato rimane torturato. […] Chi ha subito il tormento non potrà più ambientarsi nel mondo, l’abominio dell’annullamento non si estingue mai. La fiducia nell’umanità, già incrinata dal primo schiaffo sul viso, demolita poi dalla tortura, non si riacquista più”».
«Deve essere chiaro che la massima colpa pesa sul sistema, sulla struttura stessa dello Stato totalitario; il concorso alla colpa da parte dei singoli collaboratori grandi e piccoli (mai simpatici, mai trasparenti!) è sempre difficile da valutare. E’ un giudizio che vorremmo affidare soltanto a chi si è trovato in circostanze simili, ed ha avuto modo di verificare su se stesso cosa significa agire in stato di costrizione. Lo sapeva bene il Manzoni: “I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualche modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano l’animo degli offesi"».
«Aver concepito ed organizzato le Squadre è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo. Dietro all’aspetto pragmatico (fare economia di uomini validi, imporre ad altri i compiti più atroci) se ne scorgono altri più sottili. Attraverso questa istituzione, si tenta di spostare su altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa, talché, a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti».
«Né la lettera né il vagone valsero a salvare dal gas Chaim Rumkowski, re dei Giudei. Una storia come questa non è chiusa in sé. E’ pregna, pone più domande di quante ne soddisfaccia, riassume in sé l’intera tematica della zona grigia, e lascia sospesi. Grida e chiama per essere capita perché vi si intravede un simbolo, come nei sogni e nei segni del cielo. Chi è Rumkowski? Non è un mostro, e neppure un uomo comune; tuttavia molti intorno a noi sono simili a lui. I fallimenti che hanno preceduto la sua “carriera” sono significativi: gli uomini che da un fallimento ricavano forza morale sono pochi. Mi pare che nella storia si possa riconoscere in forma esemplare la necessità quasi fisica che dalla costrizione politica fa nascere l’area indefinita dell’ambiguità del compromesso. Ai piedi di ogni trono assoluto gli uomini come il nostro si affollano per ghermire la loro porzioncina di potere: è uno spettacolo ricorrente, ritornano alla memoria le lotte a coltello degli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, alla corte di Hitler e fra i ministri di Salò; uomini grigi anche questi, ciechi prima che criminali, accaniti a spartirsi i brandelli d’un autorità scellerata e moribonda. Il potere è come la droga: il bisogno dell’uno e dell’altra è ignoto a chi non li ha provati, ma dopo l’iniziazione, che (come per Rumkowski) può essere fortuita, nasce la dipendenza e la necessità di dosi sempre più alte; nasce anche il rifiuto della realtà e il ritorno ai sogni infantili di onnipotenza. […] Come Rumkowski, anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra fragilità esistenziale; col potere veniamo a patti, volentieri o no, dimenticando che nel ghetto siamo tutti, che il ghetto è cintato, che fuori del recinto stanno i signori della morte, e che poco lontano aspetta il treno».
«Perciò sul piano razionale, non ci sarebbe stato molto di cui vergognarsi, ma la vergogna restava ugualmente, soprattutto davanti ai pochi, lucidi esempi di chi di resistere aveva avuto la forza e la possibilità; vi ho accennato nel capitolo “L’ultimo” di “Se questo è un uomo” in cui si descrive l’impiccagione pubblica di un resistente, davanti alla folla atterrita ed apatica dei prigionieri. E’ un pensiero che allora ci aveva appena sfiorati, ma che è ritornato “dopo”: anche tu forse avresti dovuto, certo avresti dovuto; ed è un giudizio che il reduce vede, o crede di vedere, negli occhi di coloro (specialmente giovani) che ascoltano i suoi racconti, e giudicano con il facile senno del poi; o che magari si sente imputato e giudicato, spinto a giustificarsi ed a difendersi».
| La Canzone Del Bimbo Nel Vento (Auschwitz) - Nomadi Son morto con altri cento, son morto ch'ero bambino: passato per il camino, e adesso sono nel vento. Ad Auschwitz c'era la neve: il fumo saliva lento nel freddo giorno d'inverno e adesso sono nel vento. Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio; è strano: non riesco ancora a sorridere qui nel vento. Io chiedo come può l'uomo uccidere un suo fratello, eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento. Ancora tuona il cannone, ancora non è contento di sangue la belva umana, e ancora ci porta il vento. Io chiedo quando sarà che l'uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare, e il vento si poserà |



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