Avis Villa d'Ogna & Avis Castione della Presolana

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Avis Villa d'Ogna WEBSITE

27 gennaio: giornata della memoria (quando l’amore venne meno…)

«Since then, at an uncertain hour,
That agony returns:
And till my ghastly tale is told
This heart within me burns».
The Rime Of Ancient Mariner (versi 582-585) by Samuel Taylor Coleridge
«Da allora, ad ora incerta,
quell’angoscia ritorna:
e finché la mia agghiacciante storia non è detta,
il mio cuore mi brucia dentro».
La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge

Primo Levi disse in più di un’occasione il senso di quel riferimento a Coleridge: «Ho citato a questo proposito il vecchio marinaio di Coleridge, che racconta la sua storia a gente che va a nozze e se ne infischia di lui» (Conversazione con Primo Levi di Giuseppe Grassano, in P. Levi, Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di Marco Belpoliti, Torino 1997, p. 178); «… il Vecchio Marinaio blocca gli invitati al matrimonio, che non gli prestano attenzione… e li costringe ad ascoltare il suo racconto. Ebbene, quando ero appena ritornato dal campo di concentramento, anch’io mi comportavo esattamente così».

«Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo» («Those who cannot remember the past are condemned to repeat it») Tratto da Reason in Common Sense (La ragione nel senso comune), primo volume del suo più complessivo lavoro The Life of Reason (La vita della ragione) di George Santayana

“E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”. Tratto da “I sommersi e i salvati” di Primo Levi

“Subito dopo la liberazione, era quasi proibito parlare di queste cose. E spiego anche il perché: gli Americani hanno avuto il terrore, oggi molto meno naturalmente direi che è quasi sparito, ma allora ai quei tempi il terrore del comunismo. Avevano paura dei Russi. I Russi avevano già invaso la Polonia, avevano timore che invadessero anche la Germania, che occupassero mezza Germania, che la incorporassero. Quindi avevano il terrore dei Russi, veramente terrore dei Russi. Quindi ripeto: non se ne parlava. Finché finalmente, per fortuna o per disgrazia non lo so, è stata istituita la giornata della memoria. 27 gennaio: è il giorno della liberazione di Auschwitz. In questa giornata io dovevo ancora cominciare le mie peripezie. Quindi per me non è affatto un giorno di liberazione, perché la mia liberazione è avvenuta il 14 aprile 1945, quindi molto tempo dopo, con le sofferenze peggiori che ho sofferto proprio nel mese di aprile. Quindi io ricordo la mia liberazione il 14 di aprile. Comunque ben venga il 27 gennaio, ben venga questa giornata, ben venga ricordare specialmente ai giovani che non hanno idea di che cosa si è sofferto. Serve moltissimo raccontare. Ma un conto è provare: le botte se uno non le prova, il bastone sulla schiena, il forcone sulla schiena, una, due, tre volte… Botte e la fame… Cos’è la fame? Diceva Guareschi: ‘E’ una cosa che se uno non la prova, non la può capire’. Quindi è una cosa che occorre provarla: io l’ho provata tante volte e non la auguro a nessuno…”. Gianfranco Cucco, presidente Aned – Associazione Nazionale Ex-Deportati - sezione di Bergamo, intervistato da Nicola Andreoletti


27 gennaio: giornata della memoria. In questo giorno nel 1945 vennero aperti i cancelli di Auschwitz. Il mondo conobbe una realtà ben peggiore di quella che si può fare nei più brutti incubi. Come Crazy Team Avis Villa siamo sempre goliardici, ma non in questo giorno. «Dentro la bocca stringiamo parole troppo gelate per sciogliersi al sole” parafrasando una bellissima frase contenuta nel brano “La guerra di Piero” di Fabrizio De AndréSiamo spaventati: non di quello che siamo (almeno speriamo sia così), ma riguardando quello che è successo in passato, di quello che potremmo diventare. O forse essere… Per oggi ci fermiamo: vi lasciamo alle parole di Primo Levi. Tutti i libri di Levi andrebbero oggi citati, ma abbiamo scelto “I sommersi ed i salvati”, ultima opera apparsa nel 1986, un anno prima della sua scomparsa. Come si legge nella prefazione di Tzvetan Todorov, “i sommersi e i salvati sono una lunga arringa in favore della complessità, del rifiuto di accontentarsi di risposte facili, della necessità di un esame attento ai pro e ai contro. Ciascun capitolo “rende più complesso” un diverso teme. Il primo ci ricorda quanto la memoria sia fallace e quanto poco meriti una fiducia cieca, anche quando non si manipolata al fine di provare l’innocenza di chi ricorda. Il secondo affronta il vasto spettro dei comportamenti umani che coesistono nel campo di concentramento e che vanno dall’innocenza più completa alla colpevolezza più totale – con sfumature infinite tra i due estremi”. Perché “è avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”.  «Levi pensa (e evidentemente ha ragione) non tanto a una ripetizione dell’identico, all’avvento cioè di un regime nazista nel centro Europa, quanto piuttosto ad una proliferazione di quei fattori che hanno reso l’orrore possibile – magari in altri Paesi, sotto altro nome, con nuove giustificazioni, non raggiungendo lo stesso parossismo ma producendo, quantomeno, massacri e sofferenze senza fine. Contro questo propagarsi del male, pensa l’autore, il richiamo del passato può essere salutare : non bisogna stancarsi mai di ricordare l’orrore antico. Ed è proprio quello che lui farà per tutta la sua esistenza, dopo Auschwitz». Tzvetan Todorov – dalla prefazione de “I sommersi e i salvati” di Primo Levi. A seguire alcune citazioni dei "I sommersi e i salvati" di Primo Levi e il brano Auschwitz dei Nomadi.

I sommersi e i salvati” di Primo Levi

«Qui, come in altri fenomeni, ci troviamo davanti ad una paradossale analogia tra vittima e oppressore, e ci preme essere chiari: i due sono nella stessa trappola, ma è l’oppressore, e solo lui, che l’ha approntata e che l’ha fatta scattare, e ne soffre, è giusto che ne soffra; ed è iniquo che ne soffra la vittima, come invece ne soffre, anche a distanza di decenni».

«Non si leggano senza spavento le parole lasciate scritte da Jean Améry (Hans Mayer), il filosofo austriaco torturato dalla Gestapo perché attivo nella resistenza belga, e poi deportato ad Auschwitz perché ebreo: “Chi è stato torturato rimane torturato. […] Chi ha subito il tormento non potrà più ambientarsi nel mondo, l’abominio dell’annullamento non si estingue mai. La fiducia nell’umanità, già incrinata dal primo schiaffo sul viso, demolita poi dalla tortura, non si riacquista più”».

«Deve essere chiaro che la massima colpa pesa sul sistema, sulla struttura stessa dello Stato totalitario; il concorso alla colpa da parte dei singoli collaboratori grandi e piccoli (mai simpatici, mai trasparenti!) è sempre difficile da valutare. E’ un giudizio che vorremmo affidare soltanto a chi si è trovato in circostanze simili, ed ha avuto modo di verificare su se stesso cosa significa agire in stato di costrizione. Lo sapeva bene il Manzoni: “I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualche modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano l’animo degli offesi"».

«Aver concepito ed organizzato le Squadre è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo. Dietro all’aspetto pragmatico (fare economia di uomini validi, imporre ad altri i compiti più atroci) se ne scorgono altri più sottili. Attraverso questa istituzione, si tenta di spostare su altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa, talché, a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti».

«Né la lettera né il vagone valsero a salvare dal gas Chaim Rumkowski, re dei Giudei. Una storia come questa non è chiusa in sé. E’ pregna, pone più domande di quante ne soddisfaccia, riassume in sé l’intera tematica della zona grigia, e lascia sospesi. Grida e chiama per essere capita perché vi si intravede un simbolo, come nei sogni e nei segni del cielo. Chi è Rumkowski? Non è un mostro, e neppure un uomo comune; tuttavia molti intorno a noi sono simili a lui. I fallimenti che hanno preceduto la sua “carriera” sono significativi: gli uomini che da un fallimento ricavano forza morale sono pochi. Mi pare che nella storia si possa riconoscere in forma esemplare la necessità quasi fisica che dalla costrizione politica fa nascere l’area indefinita dell’ambiguità del compromesso. Ai piedi di ogni trono assoluto gli uomini come il nostro si affollano per ghermire la loro porzioncina di potere: è uno spettacolo ricorrente, ritornano alla memoria le lotte a coltello degli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, alla corte di Hitler e fra i ministri di Salò; uomini grigi anche questi, ciechi prima che criminali, accaniti a spartirsi i brandelli d’un autorità scellerata e moribonda. Il potere è come la droga: il bisogno dell’uno e dell’altra è ignoto a chi non li ha provati, ma dopo l’iniziazione, che (come per Rumkowski) può essere fortuita, nasce la dipendenza e la necessità di dosi sempre più alte; nasce anche il rifiuto della realtà e il ritorno ai sogni infantili di onnipotenza. […] Come Rumkowski, anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra fragilità esistenziale; col potere veniamo a patti, volentieri o no, dimenticando che nel ghetto siamo tutti, che il ghetto è cintato, che fuori del recinto stanno i signori della morte, e che poco lontano aspetta il treno».

«Perciò sul piano razionale, non ci sarebbe stato molto di cui vergognarsi, ma la vergogna restava ugualmente, soprattutto davanti ai pochi, lucidi esempi di chi di resistere aveva avuto la forza e la possibilità; vi ho accennato nel capitolo “L’ultimo” di “Se questo è un uomo” in cui si descrive l’impiccagione pubblica di un resistente, davanti alla folla atterrita ed apatica dei prigionieri. E’ un pensiero che allora ci aveva appena sfiorati, ma che è ritornato “dopo”: anche tu forse avresti dovuto, certo avresti dovuto; ed è un giudizio che il reduce vede, o crede di vedere, negli occhi di coloro (specialmente giovani) che ascoltano i suoi racconti, e giudicano con il facile senno del poi; o che magari si sente imputato e giudicato, spinto a giustificarsi ed a difendersi».

La Canzone Del Bimbo Nel Vento (Auschwitz) - Nomadi

Son morto con altri cento,
son morto ch'ero bambino:
passato per il camino,
e adesso sono nel vento.
Ad Auschwitz c'era la neve:
il fumo saliva lento
nel freddo giorno d'inverno
e adesso sono nel vento.
Ad Auschwitz tante persone,
ma un solo grande silenzio;
è strano: non riesco ancora
a sorridere qui nel vento.
Io chiedo come può l'uomo
uccidere un suo fratello,
eppure siamo a milioni
in polvere qui nel vento.
Ancora tuona il cannone,
ancora non è contento
di sangue la belva umana,
e ancora ci porta il vento.
Io chiedo quando sarà
che l'uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare,
e il vento si poserà

 

 

Fabio Volo promuove la donazione di sangue: un sogno che continua… (Part 2)

«Colgo l'occasione x ringraziare tutti i donatori xchè sono viva». Commento di C. F. sulla pagina Facebook di Fabio Volo

«Donare sempre! Che bel gesto! Io che sono trapiantata capisco bene il significato della donazione! Anche di sangue! Grande Fabio! :)». Commento di R. M. sulla pagina Facebook di Fabio Volo

«GRANDEEEEE... Io sono una donatrice AVIS felicissima di esserlo». Commento di E. R. sulla pagina Facebook di Fabio Volo

«Ho donato giovedì... ♥». Commento di M. B. sulla pagina Facebook di Fabio Volo

«Ben venga Fabio Volo a promuovere un gesto di solidarietà e d'amore gratuito! Son donatrice da tantissimi anni e ne son fiera!». Commento di C. G. sulla pagina Facebook di Fabio Volo

«Sono diventata donatrice dopo che ho avuto bisogno di una trasfusione nel 2006… Ti senti soddisfatta di te stessa quando esci dalla sala di prelievo… Donate fa bene a voi (6 super controllato) e fa bene agli altri…». Commento di I. C. sulla pagina Facebook di Fabio Volo

«Sono un donatore da oltre 15 anni... Se potete fate del bene agli altri...». Commento di N. L. sulla pagina Facebook di Fabio Volo

«Condivido subito, sono donatrice anch'io!». Commento di E. I. sulla pagina Facebook di Fabio Volo

Eravamo rimasti ai Sweet Dreams (Are Made Of This) come il brano degli Eurythmics: i dolci sogni sono fatti di questo. Di questo e di Angelina Jolie (da quando ha saputo di noi del Crazy Team, Brad vuole sposare Angelina. Angelina ripensaci)… Naturalmente come sempre stiamo scherzando. Abbiamo raccontato del sogno di far fare a Fabio Volo uno spot pro bono a favore della donazione. E il sogno continua… Le foto erano sul pc, per sicurezza copia sull’Hard disk di backup, i libri autografati riposti in libreria facevano bella mostra di sé: sopra i classici, tra un Dumas e un Shakespeare, tra un Hugo e un Mann, i libri di Fabio Volo. "Perché i libri aprono le forbici della mente". Sistemato tutto, uno sguardo alle email che erano arrivate durante la trasferta bresciana, ultime cose svolote, uno sguardo al pc all’orologio in basso a destra: ore 1,40 del 23 dicembre 2011. Sonno che come sempre tardava ad arrivare e nuovo giorno che stava per iniziare. “Quando sei libero e noi abbiamo finito ci sentiamo per vedere il video di Fabio Volo”: questo è l’sms che abbiamo mandato a Niki, il cuore tecnologico del Crazy Team, prima di addormentarci. La sera del 23 dicembre, terminato tutto e Crazy Team libero e riunito al completo di corsa davanti al pc. Niki che aveva fatto l’acquisizione integrale della cassetta e trasferito il tutto su chiavetta (oh, fa anche rima) usb, e di corsa a copiare il tutto su pc. Appena terminata la copia del file video, subito Niki che di corsa ha aperto Adobe Premiere Pro: velocissimo come un missile, Niki ha tagliato quello che non serviva, e dopo “un attimo che inserisco il nostro jingle iniziale e finale” e “ancora un secondo metto il nostro sottotitolo”, in men che non si dica video montato. Esportazione del video, che essendo corto ci impiega meno tempo del Crazy Team nel sorseggiare il caffè, e video pronto. E visto che il video era pronto, Niki che subito ha detto: “Lo carichiamo subito su youtube”. Il resto del Crazy Team che di corsa, utilizzando un secondo pc, inizia a scrivere un breve testo che accompagna il video e appena terminato, testo che viene passato a Niki che a sua volta la inserisce nella descrizione del video di youtube. Appena terminato il caricamento, controllato che tutto funziona e rivisto il video direttamente su internet tramite youtube, Crazy Team - Niki compreso - a condividerea manetta il video un po’ ovunque. Ma prima sms e email a Betta - Benedetta Contardi che gentilmente aveva registrato lo spot con la telecamera - per ringraziarla e per permettere a Betta di visualizzare il video terminato. E, come detto, Ctrl+C e Crtl+V (qualcuno trova più comodo il Crtl+Ins e Shift+Ins) per copiare e incollare la stringa del video e video che viene condiviso sul gruppo Avis Villa d’Ogna di Facebook. Dopo il gruppo, condivisioni che si espandono a macchia d’olio e Crazy Team impegnato a linkare il video tra i vari contatti.

“Che dite se lo mettiamo anche nei post di Fabio Volo”, chiede uno del Crazy Team, proposta che viene subito accettata (non con l’accetta ma che viene considerata in modo positivo). Crazy Team al lavoro per cercare la pagina ufficiale di Fabio Volo su Facebook. La pagina ufficiale è “Fabio volo.”: Fabio ha cambiato la foto ed oggi è facilmente riconoscibile, ma il 23 dicembre vi erano varie pagine e come Crazy Team abbiamo linkato, così per sicurezza, il video su tutte la pagine di Fabio Volo (ufficiali e non ufficiali). More Crazy: che ci volete fare, come abbiamo già avuto modo di dire, sempre più pazzi - anche se noi non sottilizziamo: more, bionde, castane, rosse… Le donne sono tutte stupende e tutte affascinanti… -. La speranza era di poter in qualche modo far vedere a Fabio, il video dello spot che ci aveva rilasciato pro bono con grande cuore a favore della donazione di sangue (ma donazione in generale, quindi anche quella di midollo osseo e di organi come andiamo dicendo – e ripetendo – da sempre sul nostro crazy sito). Abbiamo detto, per una volta giustamente, speranza: giustamente sapevamo che i post sulla sua bacheca sarebbero stati vagliati e non sapevamo se Fabio lo avesse gradito. Speranza, un po’ come il brano “You Give Me Hope” dei Between The Trees (gruppo che letteralmente si traduce in “tra gli alberi”): un video che ridà speranza a chi ha bisogno di un aiuto concreto per poter ammirare un nuovo domani… Babbo Natale per noi del Crazy Team Avis Villa d’Ogna sabato 24 dicembre non solo è arrivato, ma è addirittura arrivato prima. A Bergamo e provincia, passa Santa Lucia il 13 dicembre, bravissima, le vogliamo un bene dell’anima e non ce l’abbiamo con lei, ma ne combiniamo sempre troppe e immancabile per noi arriva il carbone. Carbone a cui ci siamo anche affezionati. Ma come detto il 24 dicembre Babbo Natale ci ha fatto un regalo: Guardate questo video…” e sotto questa scritta sul profilo Facebook di Fabio Volo il video dello spot a favore della donazione di sangue. Sotto ancora la data e l’ora: 24 dicembre alle ore 13.41. Non ci potevamo credere: abbiamo messo il “Mi piace” e abbiamo condiviso il video sulla bacheca di alcuni del Crazy Team. E come noi altre 161 persone hanno poi messo il “Mi piace” e altre 43 persone hanno condiviso il video. Come? Non siamo un po’ troppo cresciuti per credere ancora a Babbo Natale e a Santa Lucia? Beh, può essere… Non sappiamo se Babbo Natale o Santa Lucia esistano veramente, noi pensiamo di sì: mercoledì 18 gennaio abbiamo letto sulla bacheca Facebook di Fabio Volo “Ripropongo questo video” e abbiamo potuto rivedere lo spot a favore della donazione di sangue. C’era un commento di C.F. (lo riportiamo così come è stato scritto): “Colgo l'occasione x ringraziare tutti i donatori xchè sono viva”... Sweet Dreams (Are Made Of This): i dolci sogni sono fatti di questo…

 

Fabio Volo promuove la donazione di sangue in una giornata in cui il sogno diviene realtà…

"Però dovete andare a donare sangue... Donate sangue: a volte siete lì non sapete cosa fare, ne date un pochino. A voi non vi cambia niente ad un altro invece gli salvate addirittura la vita. Pensate che potete salvare la vita ad un altra persona come i supereroi... Donate sangue". Fabio Volo promuove la donazione di sangue

“Gara di sguardo fisso. Via…
Siete stupendi a proposito…”. Po (doppiato da Fabio Volo) - Tratto dal cartoon DreamWorks “Kung Fu Panda 2” 

Fabio Volo: “Un giorno all'inizio dei miei sogni appena trasferito a Milano abbiamo parlato e tu alla fine mi hai regalato un libro”.
Jovanotti: “E dopo qualche anno tu me ne hai regalato uno scritto da te... Che bella la vita”.
Fabio Volo: “Cavolo tu mi hai regalato Italo Calvino, io Fabio Volo. Scusa dai, ah ah… Cercherò di rifarmi”.
Jovanotti a Fabio: “Da piccolo era Calvino poi prese il Volo”.
Discorso tra Fabio Volo e Jovanotti – Su Twitter, domenica 8 gennaio 2012

“Caso, a mi tracc ciocc”. (Cavolo mi avete tirato ubriaco) Fabio Volo al Crazy Team Avis Villa d’Ogna dopo aver fatto lo spot a favore della donazione di sangue (e dopo che il Crazy Team lo ha "tirato cerchio").

«Ieri è storia, domani è un mistero,. Ma oggi è un dono e per questo si chiama presente» (Maestro Oogway) Tratto dal cartoon Kung Fu Panda 2

“E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi. [..] E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità”. Fabio VoloE crescendo impari

Questa è la storia di un sogno che si avvera. Se ci avessero chiesto di pensare ad un “testimonial” a favore della donazione di sangue, avremmo risposto senza esitazione: Fabio Volo. Fabio da sempre “dice una cosa seria ridendo piuttosto che una cavolata seriamente”, ha avuto il coraggio di portare in radio la poesia, ha parlato di rapporti tra coppie in “Caso mai”, ha doppiato Po in “Kung Fu Panda” 1 e 2 facendoci tornare un po’ bambini e ci ha regalato uno spaccato della realtà in modo divertente e allo stesso tempo profondo con i suoi libri (senza essere pesante come la peperonata alle nove del mattino). Era un sogno che come Crazy Team facevamo da tempo ancor prima di quando abbiamo aperto questo sito, un sito che promuove la donazione di sangue. Ma non un sogno: il sogno. Uno di quelli belli, quello che si fa e lo si sussurra solo, perché sembra troppo bello perché si avveri. Questa è la nostra storia…

Destinazione paradiso” come cantava qualche anno fa Gianluca Grignani. No, per una volta la destinazione paradiso non riguardava Angelina Jolie: una, l’eccezione che conferma la regola. Giovedì 22 dicembre 2011, metà pomeriggio libero da ogni impegno, quelli che avevamo come Crazy Team tutti annullati. Il cellulare che ogni tanto si illumina con annessa vibrazione, ma silenzioso attivato per paura di rispondere al classico impegno che arriva all’ultimo momento. Già avevamo perso Fabio Volo in occasione della presentazione a Milano de “Le prime luci del mattino”, ultimo libro uscito nelle librerie a fine ottobre 2011. Questa volta era meglio non rischiare… Destinazione Brescia, Teatro Sociale di via Felice Cavallotti, cartina con tanto di percorso, mappe da Google Maps stampate e zaino con tutti i libri di Fabio preparato la sera prima come non era mai capitato in vita nostra. Anzi zainetto caricato in auto e prima di metterlo nel baule ultimo controllo per verificare che tutti i libri fossero stati riposti dentro lo zaino:  “Sì ci sono tutti e sei i libri. I tre 'corti di carta' li abbiamo inseriti? Ecco sì, ci sono”. (I Corti di carta sono libri più sintetici che autori scrivono ed escono in allegato con il quotidiano “Il corriere della sera”. Fabio Volo ha scritto per queste edizioni, tre libri: “Dall’altra parte del binario”; “La mela rossa” e “La mia vita”). Prima di chiudere il baule abbiamo guardato lo zaino: non era sicuramente l’accessorio più adatto per l’eleganza del Centro Sociale di Brescia, ma girare tutto il giorno con la tracolla sarebbe risulto scomodo. E poi dentro lo zaino ci sta la fotocamera, il thermos di caffè, thermos che era vuoto prima della partenza, il block notes per l’autografo che Fabio Volo deve fare per Ilaria, sorella di uno di noi del Crazy Team, tutti i libri di Fabio Volo – ovvero i sei libri più i tre corti di carta - e gli immancabili tre pacchetti di fazzoletti di carta. Ultime telefonate fatte da noi per sistemare l’ora precisa della partenza. “Si guarda passiamo alle 17,00. Anzi no, fai alle 16, 50. Guarda che questa volta siamo puntuali” diciamo alla prima dama che ci accompagna con tanto di telecamera. Dama: la nostra amica Betta –  Benedetta Contardi – che ci aiuta sempre con gran cuore a promuovere la donazione ed ha deciso di accompagnarci e seguirci in questa folle trasferta (partiamo ruffiani. Scherzi a parte grazie sempre a Betta e agli amici che ci aiutano con  cuore e simpatia a promuovere la donazione di sangue). Alle 16, 15 altra telefonata: “Dai vengo anch’io, sono riuscita a liberarmi” ci dice un'altra amica, “a che ora passate?” . “Guarda alle 17,00, al massimo alle 17,05 in punto, siamo allo stop sotto casa tua. Questa volta spaccheremo il secondo” rispondiamo sicuri della nostra, una volta tanto, puntualità. Puntuali come non mai arriviamo alle 16,45 sotto casa di Betta, telefonata per farle “pressione” come il brano “Under Pressure” di David Bowie interpretato anche in una bellissima cover dei Queenproverbiali sono i nostri ritardi, ma anche le attese delle donne non sono poi da meno… –. Betta che arriva elegantissima. “Wow, come mai così elegante?” diciamo ridendo ad una domanda retorica - cosa non si fa per Fabio Volo - sentendoci un po’ a disagio per il lupetto nero, pantaloni di jeans (che fa molto look Steve Jobs ma era un abbigliamento non voluto ma a caso selezionando tra i panni puliti) e camicia sopra di jeans.  Elegantissima ma in ritardo… Dieci minuti di ritardo che recuperiamo in una corsa che avrebbe fatto invidia al miglior pilota di Formula 1, per passare a prendere in ufficio la telecamera di Betta che era nostra speranza potesse essere usata anche solo per poter immortalare qualche immagine della presentazione. “Cavolo dobbiamo passare a prendere un block notes a righe, quello che nello zaino è a quadretti - ci siamo ricordati come Crazy Team -. Fabio Volo non può far fare l’autografo ad Ilaria su un foglio qualunque…”. Di corsa mentre Betta va a prendere la telecamera, passiamo ad acquistare il block notes a righe di carta bellissima lucida e bianchissima, ma al momento di pagare un “ma ciao come state, da quanto tempo?” ci colpisce come un fulmine a ciel sereno. Persona graditissima, ma avete presente quando si ha fretta e incontrate qualcuno che ha tutt’altro che fretta? Ecco, elevatelo all’ennesima potenza ed avrete uno spiraglio di quello che ci stava accadendo. Dopo dieci minuti di un monologo di cui non ricordiamo nemmeno una parola, visualizzando le lancette scorrere inesorabilmente, il pensiero che Betta ci stava aspettando - dalla vetrina l’abbiamo vista chiamarci al telefono – in liaison alle parole riferite all’amica “alle 17,00-17,05 puntuali passiamo a prenderti” ci ha fatto tremare. “Scusi signora, stiamo intralciando” abbiamo detto ad un’altra cliente del negozio di cartoleria per poter pagare il block notes, dribblare il nostro interlocutore,  troncare il monologo, e dopo aver pagato, i tre baci con tanto di “auguri di buone feste a te e a tutta la famiglia” ci ha permesso di salutare la monologhista e senza che potesse replicare eravamo già fuori dal negozio. “Ma dove eravate finiti?” ci ha detto Betta, “ho fatto il giro dell’isolato per trovare la macchina”. “Bella domanda – abbiamo detto – dai che è tardi…” ci siamo ritrovati a rispondere facendo capire di non fare ulteriori domande. Risaliti (finalmente) in auto, tempo di inserire la chiave nel cruscotto e la telefonata dell’amica: “Scusatemi ma stavo gelando. Vi aspetto al bar vicino allo stop che bevo qualcosa per scaldarmi”. Guardiamo l’orologio 17,20… Ora avete presente quegli incubi, ma proprio quelli brutti? Peggio… Di corsa verso il bar vicino allo stop e arrivati siamo entrati nel bar. “Scusaci il ritardo, lascia che ti offriamo da bere per farci perdonare” diciamo all’amica mentre guardiamo l’auto parcheggiata quasi in mezzo alla strada accesa con dentro Betta. “E già tutto pagato, mentre stavo aspettando ho pagato per non perdere tempo. Se volete un caffè…”. Avete presente un incubo? Una lotta impari con il tempo, come in quei sogni dove fai di tutto per rimanere a galla e non affondare e poi ti accorgi di non saper nuotare… Ah Freud, non ti impicciare ad interpretare i nostri sogni e fatti gli affari tuoi: è un sogno che ci è stato raccontato da un amico (oh quando vi dicono “un amico ha raccontato che”, chiedete a chi ve lo dice di dirvi come potete aiutarlo: sta parlando di se stesso)… Naturalmente stiamo scherzando: come sempre "more crazy" - more in inglese sempre più... Per noi more, bionde, rosse, castane... - (sempre più pazzi). Un secondo per riprenderci, il caffè lo avremmo bevuto volentieri visto il profumo che invadeva il bar, ma era troppo tardi… Mentre cerchiamo di recuperare quel poco di orgoglio che ci rimaneva, apriamo cavallerescamente la porta del bar per guadagnare l’auto e mentre passa l’amica diciamo: “Wow, come mai così elegante?”. “Beh” ridendo la dama ci ha risposto “Fabio Volo mica lo vedo tutti i giorni”. In auto ci eravamo ripromessi di non guardare l’orologio, l’essenza già la sapevamo: eravamo in ritardo. Ma l’orologio digitale dell’auto era lì per irriderci: lo fa quando siamo in ritardo. E quindi lo fa quasi sempre. Ma lo abbiamo avvisato di stare attento: se continua così gli stacchiamo i cavi… E già ci immaginiamo le varie trasmissioni “A porta a porta” o i “Matrix” con tanto di criminologi ad analizzare “l’anatomia di un omicidio” dell’orologio digitale. Ma questa volta il ritardo era mostruoso: 17,35. Anche l’orologio dell’auto questa volta ci guardava sì ridendo, ma con una vena di solidarietà. Dall’alta valle abbiamo preso direzione Lovere passando per la Val Borlezza, primo tratto di strada della Val Camonica per poter prendere la strada verso Brescia, fare il giro del Lago Sebino - per come abbiamo guidato circumnavigare è il temine più adatto… A momenti finiamo nel lago con l’auto - sino quasi ad Iseo. E come sempre quando si ha fretta il camion che non va, l’auto che sta facendo il giro del lago per ammirare il panorama, e Crazy Team in auto ad interpretare la parte del automobilista inca****o  di Gioele Dix. E non solo: se siete in ritardo cercate di non avere due donne in auto (o meglio accertato che sono in macchina, date a loro un sonnifero. Scherziamo naturalmente…). Lasciata l’ultima galleria dopo Iseo come Crazy Team sapevamo che in direzione Brescia c’è la tangenziale, doppia corsia dove speravamo di guadagnare qualche minuto. E infatti non appena la strada da una corsia si è biforcata in due, ci siamo sentiti come i Litfiba nel brano Tex. Anzi, Piero Pelù che ci cantava direttamente in auto: “Sulla strada ci sono solo io, circondato dal deserto intorno a me”. E visto che alle 18,15 “il deserto intorno a me” sulla tangenziale non c’è - abbiamo fatto anche la rima, che ci volete fare più che "cor gentile", abbiamo il cuore matto -, colpo di abbaglianti per chiedere strada. Così, in simpatia, e più che un colpo di fari è diventato “fari abbaglianti” a manetta (chissà può essere l’idea per un film… ), un flash continuo degni del Red Carpet quando c’è Angelina Jolie e più veloci dei supereroi. Bene fino a Brescia la strada la sapevamo: avevamo memorizzato anche il nome dell’uscita, ore 18,19 ritardo sì ma accettabile. Uscita che google maps indicava come: “17. Prendi l’uscita 6 – Via Labirinto verso Fornaci-Quinzano/Brescia Centro”. Troppo lungo da memorizzare no? E quindi uscita Quinzano. Uscita azzeccata con un repentino passaggio seconda corsia – uscita a destra che qualche amico da dietro ci ha segnalato con un sonoro suono di clacson, così per salutarci e augurarci un buon divertimento per la serata. Dalla tangenziale l’uscita in pratica era un sotto passo. E sfortuna vuole che avesse due corsie… “Bene fin qui la strada la sapevamo, ora mi potete dire dove debbiamo andare? Vi basta leggere: ci sono le indicazioni scritte e la cartina che abbiamo stampato… Se vi serve c’è anche il netbook”. Lo sapete una cosa? Non fate mai fare alle donne da navigatrici. E se sono in due, ancor meno. Uscita Quinzano con due corsie: una a destra e una a sinistra. “Quale prendiamo?” ci ritroviamo a chiedere come Crazy Team alle due dame. Nulla di politico, come sempre in Avis no politics or religion: abbiamo preso quella sbagliata, quella di destra. E da questo errore seguendo le indicazioni delle rotonde stampate, visto che non c’era il navigatore a ricalcolare il tragitto, tutto sbagliato. E tra Betta che diceva “se fossimo passati a casa avrei preso il navigatore… Ci sarebbero voluti due minuti” e tra una battuta dell’amica che vedendo i centri commerciali “e se ci fermiamo qui?”, ci siamo ritrovati ad accendere il pc (alla guida è vietato l’uso del telefonino, non del pc no? Scherziamo naturalmente). Più che uscita Quinzano, a momenti eravamo a Quinzano… Ore? 18,50 lo indicava ridendo anche l’orologio digitale (c’era già Bruno Vespa che avvertito stava preparando lo speciale…) che era ridiventato antipatico come al solito. Inversione ad U, o meglio semigiro della morte visto dove l’abbiamo fatta e come l’abbiamo fatta e strada a ritroso per ricercare l’uscita Quinzano. Ah un consiglio, oggi ne siamo generosi: non dite mai ad una donna che vi ha dato indicazioni sbagliate su una strada, specie se sono due e si alleano. Inutile è come dire che stanno bene con un vestito ma le preferite abbigliate con un altro: la prendono come un’offesa personale. Un po’ come quando una donna è appena tornata dalla parrucchiera che le ha tagliato i capelli: la spuntatina è diventata uno scalpo. E se provate a dire “li hai tagliati tanto” o un qualsiasi riferimento al new look è come nei film americani quando arrestano una persona e leggono i diritti all’arrestato: “Qualsiasi cosa che dirai potrà essere usata contro di te in tribunale”. Meglio avvalersi del “diritto di stare in silenzio” e far finta di non essersi accorti di nulla. Ritrovata l’uscita “Quinzano”, abbiamo visto finalmente Via Labirinto: c’era ancora Minosse che stava cercando di acchiappare il progettista della strada che di nome fa Dedalo, Arianna che stava cercando il bandolo della matassa del gomitolo dato a Teseo Uscita via Dalmazia - che nella testa del Crazy Team si era trasformata in Dalmata, Danzica e in altro ancora - guadagnata a fatica, a seguire una serie di strade… tutte sbagliate. Visto le due navigatrici, abbiamo usato il metodo Crazy Team: quando hai bisogno di informazioni (stradali) chiedi al benzinaio. E’ come il maggiordomo: c’entra sempre. Infatti un ragazzo gentile che abbiamo disturbato quando stava facendo benzina, ci ha spiegato la strada. Ma eravamo troppo lontani, avevamo bisogno ancora di chiedere. E dopo il benzinaio, l’edicolante, altro lemma del Crazy Team quando si ha bisogno di indicazioni stradali. Arrivati all’edicola, quattro frecce: stavamo per chiedere all’edicolante, ma abbiamo visto una ragazza. “Scusi per il Teatro Sociale?”, abbiamo chiesto. Mentre faceva qualche passo si è girata: “Scusatemi, pensavo lo steste chiedendo all’edicolante”. “Sì, in effetti… - sgamati in pieno -. Ma se ci puoi dare qualche indicazione...”. L’auto del Crazy Team è famosa per aver un clima tropicale anche in inverno: sì ci piace il caldo e poter guidare in camicia senza cappotto. E non avevamo fatto i conti con la ragazza bresciana che con gentilezza e pietà ci stava dando le indicazioni: “Dovete percorrere tutto questo viale sino in fondo. Dovete attraversare un sottopasso, non seguite la stazione ma passate sotto questo sottopasso. Sbucate su un piazzale dove c’è una fontana che però adesso non funziona. Arrivate su un viale, non girate a destra ma seguite la strada dritto. Cercate lì parcheggio, perché il Teatro Sociale è in centro e da lì non dista tanto”. La fontana a cui dovevamo stare attenti “perché non funziona”, nonostante il ritardo e l’ubriacatura delle strade ci aveva messo di buon umore. “Staremo attenti a non annegare nella fontana allora” abbiamo detto, “sai andiamo a vedere Fabio Volo, presenta il suo libro questa sera.  E se non avessimo così fretta ti offriremmo un caffè”. Mostriamo alla gentile ragazza bresciana il netbook con la mappa salvata per indicarle dove dovevamo andare, mentre  l’ipotermia ci stava assalendo. “A saperlo ci sarei andata anch’io. Grazie per il caffè, la prossima volta lo prendo volentieri”, ci dice la ragazza che ci ha dato meravigliosamente le indicazioni e per un istante, dopo averla ringraziata e salutata, risaliti in macchina e ripresa la normale circolazione non abbiamo potuto far a meno di pensare al brano “Le passanti” di Fabrizio De André. Non conosciamo Brescia, ma sembrava che tutti dovessero passare sotto quel sottopasso vicino alla stazione: traffico micidiale… Oltrepassato il sottopasso fontana senza acqua e vialone. Prima di sbagliare per l’ennesima volta strada, abbiamo aprofittato del rosso del semaforo per chiedere ad una ragazza che stava salendo su una Peugeot dove fosse il Teatro Sociale. Ragazza che ha mostrato la stessa gentilezza della prima, anzi, anche quando è scattato il verde ha continuato a spiegarci dove parcheggiare, senza che da dietro nessuno suonasse. L’abbiamo ringraziata giusto in tempo per passare con il verde-giallo e abbiamo notato come la macchina dietro non sia riuscita a passare (abbiamo passato a questo sfortunato conducente il canovaccio dell’automobilista inca****o di Gioele Dix). La seconda ragazza ci aveva detto che dovevamo svoltare a sinistra per arrivare al parcheggio di Corso Martiri della Libertà, peccato che il vialone fosse a doppia carreggiata e avesse tre corsie e noi ci eravamo accostati a destra. Con coraggio abbiamo attraversato le tre corsie salutati dagli amici che ci suonavano il clacson finendo quasi in quella riservata ai taxi o agli autobus (non abbiamo letto bene che corsia fosse). Sempre per sicurezza, guadagnata la normale corsia abbiamo chiesto del parcheggio. “E’ li davanti” ci ha risposto un ragazzo. Abbiamo ammirato per un’instante la piazza prima di scendere e cercare un parcheggio. “Guarda quello esce” ci ha detto Betta da dietro e vediamo un signore con in mano un libro rosso che riconosciamo essere “Le prime luci del mattino” – ironia della sorte l’ultimo libro uscito e che Fabio Volo stava presentando al Teatro sociale e che ci aveva fatto pensare che l’incontro fosse già terminato -, salire a bordo di una Mercedes… Avete presente chi sale in auto con calma, si allaccia con calma la cintura di sicurezza, con calma sistema gli specchietti aprendoli, mette in moto con calma e ci sono quelli che aspettano il parcheggio? . Ecco, quelli che aspettavano il parcheggio eravamo noi. Tutto con calma, così come noi del Crazy Team, sempre con calma, lo abbiamo fulminato con un “Ma sbrigarti!”. Abbiamo aspettato però che il signore facesse manovra, liberando il parcheggio e non abbiamo fatto a meno di aggrapparci alla speranza che alla presentazione vi fossero tante persone anche solo per permetterci di autografare i libri… Usciti dal parcheggio, non abbiamo concesso nemmeno una “pausa bagno” – il bath break - sia a Betta, sia all’amica del Crazy Team nonostante le quasi due ore di auto: ore 19,25. In cinque minuti, ammirando le illuminazioni e infilandoci in una via laterale e guardando con amicizia la targa di via Felice Cavallotti, abbiamo finalmente guadagnato l’ingresso del Teatro Sociale di Brescia. Ingresso a teatro ore 19,30… un’ora dopo l’inizio della presentazione. Entrata in cui era stata allestita una grossa bancarella Mondadori di tutti i libri di Fabio, riservando al rosso della copertina de “Le prime luci del mattino” uno spazio doppio rispetto agli altri libri. Ad accoglierci, diciamo così, due donne vestite con completo blu, gonna sino al polpaccio e calze di lana: un completo che ci ha richiamato quello di Mary Poppins. “La platea è piena” ci hanno detto, “se volete, c'è spazio solo al secondo piano”, continuando in tono glaciale e non abbiamo potuto fare a meno di notare la differenza tra le due ragazze gentilissime che avevamo incontrato e queste due donne, facendoci addirittura porre la domanda se fossero della stessa specie… “Nello zaino cosa avete?”, chi hanno chiesto, mentre ci indicavano le scale. Togliendoci lo zaino e appoggiandolo a terra aprendolo e togliendo la macchina fotografica abbiamo risposto: “I libri di Fabio Volo. Se volete vi lasciamo lo zaino, ma i libri vengono con noi”… Evidentemente la nostra risposta secca, deve aver addolcito le due donne che ci hanno detto che lo zaino poteva venire con noi. Secondo piano del magnifico Teatro Sociale di Brescia – il teatro ne ha tre, e visto che siamo bergamaschi possiamo dire con orgoglio che quello di Bergamo ne ha cinque ed è più bello… Naturalmente stiamo scherzando - raggiunto in un attimo, rimpiangendo il fatto di non poter prendere il caffè che l’aroma del bar attiguo all’entrata emanava. Appena entrati, il tempo di adattarci alla luce soffusa mentre ascoltiamo le prime parole che riusciamo a sentire di Fabio Volo. Voce un po’ bassa, Fabio un po’ affaticato e raffreddato, ma come sempre spettacolare fin dalle prima parole, un discorso su cosa sia per lui la fede, su come al di là di tutto la cosa importante in una famiglia sia l’amore. Capiamo che il discorso dev’essere partito da un signore seduto alla sinistra guardando il palco, con il quale Fabio dialoga. Una battuta di Fabio – “Il signore di prima non c’è più? Beh sarà andato fuori a bruciarmi la macchina” – ci fa capire che ci siamo persi un del botta e risposta… Ambientati sulle comode sedie che nei palchi richiamano quelle delle macchine da rally ma ben imbottite e che sorreggono persino la testa, abbiamo l’occasione di sentire Fabio sull’argomento leggere: “Beh se chiedete ad un ragazzo di sedici anni di leggere Tolstoj penso che difficilmente finirà quel libro. Questo non significa che è un brutto libro il suo: leggere si fa per passi è un percorso. Io non dico assolutamente di scrivere libri come Tolstoj: ci sono libri leggeri e libri impegnati. Ma gli uni non escludono gli altri. Penso anzi che leggere entrambi sia aprire le forbici della mente”. Ci troviamo come Crazy Team a condividere pienamente le parole di Fabio, parole che ci richiamano alla mente l’esperienza di quando andammo ad acquistare uno dei suoi libri in una libreria scientifica. In quell’occasione eravamo passati in libreria in quanto era arrivato un libro che avevamo prenotato, “Intellettuale ad Auschwitz” di Jean Améry (pseudonimo di Hans Mayer) che avevamo letto in lingua originale ma che volevamo regalare tradotto in italiano. Insieme a questo libro chiedemmo alla commessa che ci conosceva e con cui ci è capitato di parlare di libri, l’ultimo libro di Fabio Volo (era appena uscito “Il tempo che vorrei”) e la commessa ci disse: “Ma come voi che acquistate sempre libri seri?”. A Barbara, questo il nome della commessa, chiedemmo se avesse letto il libro e come pensavamo non lo aveva fatto. In quel caso spiegammo a Barbara che c’erano vari libri e che nessuno escludeva un altro, anzi che leggere entrambi semmai avrebbe arricchito lo splendido mondo della lettura. Ritrovare lì in quel teatro lo stesso concetto ci aveva ripagato delle due ore di auto, già sarebbe bastato questo per non rendere vano il viaggio. Come sempre alla fine lo spazio delle domande, spazio che spesso si tramuta in un momento dove chi interviene fa delle considerazioni. Eh si che non è difficile: una domanda finisce sempre con un punto di domanda no? Invece c’è sempre quello che più che fare una domanda, fa il riassunto di quanto detto, quello che cerca di reinterpretare il pensiero che è stato esposto, "naturalmente" dandone una versione decisamente artefatta. Tra chi ha fatto una domanda, ci ha colpito quella dell’ex insegnante di Fabio Volo: dopo aver detto che tra gli studenti (in generale) e i professori c’è molto distacco, l’insegnante ha chiesto all’ex allievo perché il mondo intellettuale sembra essere tanto distante dai giovani, in poche parole perché ciò che è cultura sembra non attirare i giovani. Infine l’insegnante ha chiuso il suo intervento chiedendo a Fabio un aiuto per comunicare con gli studenti. Fabio ha risposto che in occasione della presentazione è stato anche invitato in alcune facoltà universitarie, “in queste occasioni non vola una mosca”. Ci è piaciuto come Crazy Team il fatto che Fabio abbia spiegato come la curiosità sia (e debba) essere il motore della conoscenza: “La settimana con il thermos di caffè prima di un esame come succedeva a molti amici che stavano facendo l'università, e concetti di cui una settimana dopo l'esame non si ricorda nulla, non serve a nulla. Non stimola la curiosità”. E il fatto che l’aver avuto l’occasione di studiare dia la convinzione (e aggiungiamo noi anche l’illusione) di essere quelli che nella vita ce la faranno, spesso provoca un distacco nei giovani. Wow, come siamo diventati seri... Alla fine ci siamo accorti che iniziava la sessione di autografi dei libri: abbiamo guardato l’orologio digitale decisamente più simpatico del cellulare che segnava le 20,30. Un’ora ascoltando Fabio Volo, che era passata senza nemmeno accorgecene. Siamo scesi dal secondo piano del teatro, prima di esserci recati in bagno e di aver permesso a chi ci accompagnava di fare lo stesso e ci siamo messi in fila per farci autografare i libri. Betta in giro con la telecamera, noi in fondo fila con tanto di zaino a tracolla: appena era stata pronunciata la parola firme, le persone della platea si erano messe in colonna, fila lunga tutto il semiarco destro del teatro guardandolo di fronte. Fabio Volo sceso dal palco, in centro con un tavolino aveva iniziato ad autografare i libri e dopo gli autografi si usciva sulla sinistra. Vista la lunghezza della fila e visto che eravamo gli ultimi, pensavamo ad un’attesa interminabile. Ci sbagliavamo: Fabio era velocissimo, ma questo non gli impediva di poter dire qualcosa di simpatico a tutti quelli che chiedevano un autografo. Autografi che Fabio faceva tranquillamente anche su bigliettini e non solo sui libri. Arrivati sotto il palco abbiamo visto la sorella – classe 1969 coetanea del presidente Avis Villa - e la madre di Fabio che erano sedute in prima fila durante l’incontro e una della due donne che avevamo incontrato all’entrata, faceva passare due tre persone per volta coi libri o biglietti da autografare. Appena giunti davanti alla donna e dopo il “potete passare” abbiamo estratto dallo zaino i libri che a fatica ci stavano in una mano. La donna che ci sembrava glaciale a quel punto si è messa a ridere e ci ha chiesto: “Ma li avete tutti?”. “Non è colpa nostra se ne ha scritti molti” abbiamo risposto notando che le persone, così come la donna che erroneamente ci era parsa seria, rideva. Abbiamo passato i libri ad una signora gentilissima che chiedeva a chi dovevano essere dedicati onde poterlo dire a Fabio. Il dialogo che ricordiamo è stato questo…

Fabio Volo: “Ma siete arrivati da poco? I libri sono ancora freddi” (come Crazy Team abbiamo ricoperto con una pellicola i libri di Fabio Volo)
Amica del Crazy Team: “Al se stremit” (si è spaventato…)
Segretaria: “A […] e […] tutti insieme?”. (Indicando due nomi del Crazy Team)
Fabio Volo: “Se caso, due nomi…” (Si cavolo due nomi…).
Crazy Team: “Dai, dai, su Fabio…”.
Fabio Volo autografa un libro scrivendo: “A […] e […]” (con la semplice iniziale dei nomi e non con i nomi per esteso).
Fabio Volo ridendo: “A […] e […]…”
Segretaria a Fabio Volo in merito al Crazy Team: “Guarda che bravi. Ricoprono anche tutti i libri”
Amica del Crazy Team: “Ada, […] […]” (Guarda i due nomi scritti con le sole iniziali)
Segretaria: “Ricopre anche tutti i libri”
Crazy Team: “No , no dai…. (ridendo)”.
Fabio Volo: “No dai (ridendo). (Autografando un libro) A […], e […] (accorciando i due nomi con un vezzeggiativo molto carino). Così li facciamo un po’ diversi” (sul tavolo ci sono tutti i libri di Fabio)”.
Amica del Crazy Team: “[…] va bene” (indicando il nome abbreviato con un bel vezzeggiativo e ridendo).
Segretaria:  “Tutti? (riferiti all’intera collezione di libri di Fabio)”.
Crazy Team: “Sì, sì…. Grazie…”.
Fabio Volo ridendo: “No dai, ho visto che li avete tutti ricoperti con la copertina”.

Mentre Fabio stava firmando e mentre abbiamo fatto qualche foto, ci siamo ricordati del biglietto ad Ilaria, una delle sorelle del Crazy Team. Finiti gli autografi abbiamo detto a Fabio: “Ci servirebbe un autografo con dedica anche ad Ilaria, aspetta che ti passiamo il foglio”. Fabio velocissimamente ha preso una cartolina sulla quale c’era foto con tanto di data e giorno in cui avveniva la presentazione, lo ha dedicato, ce lo ha passato e facendo l’occhiolino ci ha detto: “Lasciate fare a me”. Ma certo la cartolina personalizzata, non ci avevamo pensato… Mentre Betta riprendeva la sessione di firme, e mentre gli ultimi arrivati avevano acquistato i libri all’entrata per farseli autografare, abbiamo provato ad azzardare: “Fabio, perché non ci dici qualcosa a favore della donazione di sangue?”. Ci è gelato il sangue quando Fabio, intento ad autografare altri libri, si è fermato e ci ha riposto: “Ma lo fa già il Trio Medusa...”. Non sappiamo come, ma abbiamo detto a Fabio: “Sì bravissimi, ma anche tu potresti dire qualcosa in merito della donazione di sangue”. “Dai, dov’è il microfono?” ci ha risposto subito Fabio. Tempo di togliere il flag (un secondo) e di girare la ghiera della fotocamera in modalità video, con Betta pronta in tempo zero per riprendere, ecco Fabio che realizza in men che non si dica, senza aver preparato nulla, uno splendido spot.

"Però dovete andare a donare sangue... Donate sangue: a volte siete lì non sapete cosa fare, ne date un pochino a voi non vi cambia niente ad un altro invece gli salvate addirittura la vita. Pensate che potete salvare la vita ad un altra persona come i supereroi... Donate sangue". Fabio Volo promuove la donazione di sangue

E dopo averlo registrato si è rimesso di corsa a firmare. Non sappiamo quanto sia durato il tutto, sappiamo che eravamo felicissimi e rivedere lo spot ci regala le stesse emozioni. Sono attimi che ci sono sembrati lunghi per quanto avveniva, attimi che si sono impressi nella mente. Alla fine, mentre riponevamo i libri, la cartolina con la dedica a Ilaria e la fotocamera abbiamo visto le persone che ridevano e Fabio con essi dirci: “Caso, a mi tracc ciocc…” ovvero “Cavolo mi avete tirato ubriaco”. Sì, in effetti ci siamo accorti che lo avevamo "tirato cerchio", Crazy Team che sperava di passare inosservato o almeno non mostrare per una volta la crescente follia, ma che ancora una volta si era (ahinoi) fatto riconoscere. Tempo di chiudere lo zaino che mentre cercavamo di capire e realizzare il tutto ci è caduto facendo un tonfo rumoroso che ha ancora attirato gli occhi su di noi e pian piano abbiamo guadagnato l’uscita del teatro. Appena fuori Betta: “Certo che voi del Crazy Team avete un c***”. Sì insomma Betta intendeva il lato B. Non lo sappiamo come sia il nostro lato B, ammiriamo ben volentieri quello delle donne come Angelina Jolie – o Charlize Theron in un memorabile spot -, ma mentre ci siamo diretti all’auto, cellulare e chiamata a Niki, cuore tecnologico del Crazy Team: “Ciao Niki, siamo arrivati in ritardo di solo un’ora… Non male no? Sempre peggio… Come è andata? Ma guarda non sappiamo. Dai la cartolina ad Ilaria ce l’ha fatta… Va beh accontentiamoci di questo. Ah domani acquisizione di Fabio che fa uno spot a favore della donazione”. Al telefono sonora è partita la risata di Niki che subito ha detto: “Mi raccomando, tenete la cassetta…”. “Non ti preoccupare, cassetta in cassaforte, non ti diciamo dove l’abbiamo messa…” abbiamo risposto ridendo, “toglietemi tutto ma non la mia cassetta”. Terminata la telefonata abbiamo guardato l’orologio del cellulare che mostrava le 21,00. Fame pazzesca, ma abbiamo deciso di fermarci solo lungo la strada. Abbiamo raggiunto l’auto posteggiata solitaria nel parcheggio sotto la piazza, chiavi inserite nel cruscotto e abbiamo guardato l’orologio digitale, questa volta noi con sorriso e commiserazione nei suoi confronti (Bruno Vespa dovrà ancora attendere per il suo speciale). Usciti dal parcheggio, vialone, piazza con fontana senza acqua e sottopasso, poi rotonda prendendo la prima a destra, così giusto per sbagliare di nuovo strada. Mentre cerchiamo un cartello che indichi “tutte le direzioni”, il cartello bonus, quello che salva sempre, un po’ come il benzinaio quando non si sa la strada, o come il verbo get in inglese che sta bene ovunque o meglio ancora come il verbo puffare per i puffi (battuta tratta da un libro di Fabio Volo), l’amica e Betta in contemporanea hanno visto un ristorante a fianco ad una Coop. “Ci fermiamo qui?” si trovano a dire all’unisono. Entrati nel parcheggio ci siamo accorti che era un ristorante cinese e subito abbiamo detto: “Perfetto, la dieta di Kung Fu Panda”. Scherzi a parte abbiamo mangiato (con le forchette) benissimo, abbiamo avuto inoltre l’occasione di farci tradurre un tatuaggio: quando la cameriera ci ha indicato la bottiglia dell’acqua sul tavolo abbiamo avuto paura che significasse “vuoto a rendere”… Naturalmente stiamo scherzando, tatuaggio che significava “acquario” (battuta del vuoto a rendere di Niki del Crazy Team). Dopo cena , come sempre avviene quando non si ha fretta, strada deserta, nessun auto che intralcia e sulla strada, a differenza dell’andata sembrava veramente che “sulla strada ci sono solo io, circondato dal deserto intorno a me”. Tratto Brescia-Iseo percorso senza accorgecene, Iseo-Darfo ammirando dall’alto, tra una galleria e l'altra il meraviglioso lago Sebino (da noi in base al paese viene anche definito Lago d’Iseo, Lago di Lovere, etc) ammirando le luci che si riflettevano nell’acqua, tratto Lovere direzione Val Cavallina e direzione alta Valle Seriana ascoltando buona musica nostra immancabile compagna. Abbiamo riaccompagnato Betta a casa (“la telecamera la porto in ufficio domani io”), l’amica pure e di corsa al pc, per scaricare foto e video, aspettando quello (sicuramente migliore) della telecamera. Ore 24,15, un nuovo giorno era iniziato, emozioni del giorno da poco terminato davanti ad un computer sorseggiando del meraviglioso caffè dalla moka preparata la mattina prima di uscire che, come incenso, invadeva la stanza. Sweet Dreams: i sogni dolci sono fatti anche di questo…




 

26 gennaio: ricordando gli alpini (come Vittorio Formentano) in compagnia del sergente della neve

«“Sergentmagiù, ghe riverem a baita?” E’ Giuanin che si è avvicinato. “Ghe riverem sì, Giuanin, - gli dico – ma non pensarci ora alla baita, salta tra la neve per non gelarti i piedi”». Tratto da “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern

“A tutti coloro cui la vita non è bastata per raccontare…”. Tratto da Arcipelago Gulag di Aleksandr Isaevič Solženicyn

“La storia serve per chi c’era per ricordare, per chi non c’era per sapere”

Sappiamo che può sembrare strano inserire su un sito che parla di donazione di sangue il ricordo della ritirata di Russia. Ma come Crazy Team Avis Villa, non possiamo fare a meno di pensare che la grande storia di Avis parte da un alpino che si chiamava Vittorio Formentano, visse gli orrori della prima guerra mondiale, finita la guerra e dopo la laurea decise di dedicare la sua vita a salavre vite grazie alla donazione di sangue. Abbiamo avuto la fortuna di vedere i luoghi dove Formentano operò in Adamello. E non abbiamo potuto fare a meno di pensare agli altri alpini quelli della seconda guerra mondiale. Per anni, non capivamo cosa significasse “vecio” o “bocia”: vecchio e ragazzo si lo capivamo ma di cosa? Volevamo capire, quello che nessuno ci aveva raccontato. Abbiamo con il tempo letto i libri di Mario Rigoni Stern, Giulio Bedeschi, don Carlo Gnocchi (come cappellano militare), e Nuto Revelli. Non ci è voluto molto a capire che il trascinarsi della guerra faceva sì che a fianco si trovassero dei “veci” magari di 25-27 anni (più gli ufficiali naturalmente più anziani) con dei “bocia” di 18 anni (e forse meno). Abbiamo avuto la fortuna di vedere Il sergente di Marco Paolini, versione teatrale del stupendo libro di Rigoni Stern. Il buio del teatro ha nascosto le nostre lacrime: abbiamo incontrato i timori di Giuanin, la disperazione di Pintossi, e i molti amici di Rigoni Stern… I libri di storia hanno dedicato alla ritirata di Russia della seconda guerra mondiale, forse per tropo tempo, solo poche pagine. Lungi come Crazy Team dal fare critiche, riteniamo semplicemente che la Storia sia una dama meravigliosa: una sensuale donna tutta da scoprire e ogni indumento che indossa serve a farci capire tutta la sua bellezza. E la sua meraviglia non deve essere sporcata con critiche o posizioni prese “a priori”: ogni abito e ogni scoperta serve per mostrare ogni lato di questa meraviglia. 26 gennaio 1943: Nikolaevka (la grafia Nikolajewka, che si trova spesso nei testi, deriva dalla traslitterazione tedesca della lingua russa – Fonte Wikipedia). Una guerra assurda quella in Russia, come lo sono tutte, combattuta da nostri nonni e bisnonni – per qualcuno magari padre e mariti… Già, perché anche se anziani ci sono ancora vedove e orfani di guerra -, ma non per questo una guerra da dimenticare. Per troppi anni i pochi che ce la fecero con coraggio e molta fortuna, vissero come se vivere fosse per loro una colpa. Guardati storto da chi pensava “eccoli quelli che avevano voglia di andare in guerra”, senza pensare che si partiva con una cartolina rosa di precetto (e se non si partiva per la guerra venivano a cercarti i Carabinieri per con l’accusa di diserzione); guardati storto da chi pensava “ecco gli eroi che non hanno visto una guerra”; guardati storto da madri, fratelli, sorelle e mogli dei soldati che “a baita” non fecero ritorno. “Reduci alla sbarra”, reduci che per troppi anni rimasero inascoltati come sempre quando la Storia invece che essere raccontata, vuole essere tenuta nascosta…  “A tutti coloro cui la vita non è bastata per raccontare…” - Tratto da Arcipelago Gulag di Aleksandr Isaevič Solženicyn. Ma ci fermiamo: lasciamo “parlare” le parole de “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern a cui facciamo seguire i brani “L’ultima notte”, “Le voci di Nikolajewka” e “Joska la rossa”di Bepi De Marzi. Infine “La guerra di Piero” magnifico brano di Fabrizio De André e Generale di Francesco De Gregori.

Il sergente nella neve” – Mario Rigoni Stern
Questo è stato il 26 gennaio 1943. I più cari amici mi hanno lasciato in quel giorno. Di Rino, rimasto ferito durante il primo attacco, non sono riuscito a sapere nulla di preciso. Sua madre è viva solo per aspettarlo. La vedo tutti i giorni quando passo davanti alla sua porta. I suoi occhi si sono consumati. Ogni volta che mi vede, quasi piange per salutarmi e io non hop il coraggio di parlarle. Anche Raul mi ha lasciato quel giorno. Raul, il primo amico della vita militare. Era un carro armato e nel saltar giù per andare ancora avanti, verso baita ancora un poco, prese una raffica e morì sulla neve. Raul, che alla sera prima di dormire cantava sempre: “Buona notte mio amore”. E che una volta, al corso sciatori mi fece quasi piangere leggendomi “Il lamento della Madonna” di Jacopone da Todi. E anche Giuanin è morto. Ecco Giuanin, ci sei arrivato a baita. Ci arriveremo tutti. Giuanin è morto portandomi le munizioni per la pesante quando ero giù al paese e sparavo. E’ morto sulla neve anche lui che nel ricovero stava sempre nella nicchia vicino alla stufa e aveva sempre freddo. Anche il cappellano del battaglione è morto: “Buon Natale, ragazzi, e pace”. E’ morto per andar a prendere un ferito mentre sparavano. “State sereni e scrivete a casa”. “Buon Natale , cappellano”. E anche il capitano è morto. Il contrabbandiere di Valstagna. Aveva il petto passato da parte a parte. I conducenti, quella sera, lo misero su una slitta e lo portarono fuori dalla sacca. Morì all’ospedale di Carkof. Sono andato a casa sua, quando ritornai in primavera. Ho camminato attraverso i boschi e le valli: “Pronto? Qui Valstagna, parla Beppo. Come Va al paese?”. E la sua casa era vecchia e rustica e pulita come la tana del tenente Cenci. E i soldati del mio plotone e del mio caposaldo, quanti ne sono morti quel giorno? Dobbiamo restare sempre uniti, ragazzi, anche ora. Il tenente Moscioni si ebbe bucata una spalla e poi in Italia la ferita non poteva chiudersi. Ora è guarito della ferita ma non dalle altre cose. Oh no, non si può guarire. E anche il generale Marinat è morto quel giorno. Lo ricordo quando in Albania lo accompagnavo per le nostre linee. Io camminavo in fretta davanti a lui perché conoscevo la strada e mi guardavo indietro per vedere se mi seguiva. “Cammina, cammina pure in fretta caporale, ho le gambe buone io”. E anche il colonnello Calbo che era così bravo con i suoi artiglieri della diciannove e del venti. E anche il sergente Minelli era ferito lì nella neve: “El me s’cet – diceva piangendo – el me s’cet”. Giuanin, troppo pochi siamo arrivati a baita, dopo tutto. Nemmeno Moreschi è ritornato. “Possibile una capra di sette quintali? Porca la mula sempre Macedonia”. E anche Pintossi, il vecchi cacciatore è arrivato a baita a cacciare i cotorni. E sarà morto pure il suo vecchio cane, ora. E tanti, tanti altri dormono nei campi di grano e di papaveri e tra le erbe fiorite della steppa assieme ai vecchi delle leggende di Gogol e di Gorky. E quei pochi che siamo rimasti, dove siamo ora?

La guerra di Piero - Fabrizio De André

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi
lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente
così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l'inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve
fermati Piero , fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po' addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce
ma tu no lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera
e mentre marciavi con l'anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
sparagli Piero , sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore
e mentre gli usi questa premura
quello si volta , ti vede e ha paura
ed imbracciata l'artiglieria
non ti ricambia la cortesia
cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato
cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno
Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all'inferno
avrei preferito andarci in inverno
e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole
dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.

 

Generale - Francesco De Gregori

Generale, dietro
la collina
ci sta la notte crucca e assassina,
e in mezzo al prato c'è una contadina,
curva sul tramonto sembra una bambina,
di cinquant'anni e di cinque figli,
venuti al mondo come conigli,
partiti al mondo come soldati
e non ancora tornati.

Generale, dietro la stazione
lo vedi il treno che portava al sole,
non fa più fermate neanche per pisciare,
si va dritti a casa senza più pensare,
che la guerra è bella anche se fa male,
che torneremo ancora a cantare
e a farci fare l'amore, l'amore delle infermiere.

Generale, la guerra è finita,
il nemico è scappato, è vinto, è battuto,
dietro la collina non c'è più nessuno,
solo aghi di pino e silenzio e funghi
buoni da mangiare, buoni da seccare,
da farci il sugo quando è Natale,
quando i bambini piangono
e a dormire non ci vogliono andare.

Generale, queste cinque stelle,
queste cinque lacrime sulla mia pelle
che senso hanno dentro al rumore di questo treno,
che è mezzo vuoto e mezzo pieno
e va veloce verso il ritorno,
tra due minuti è quasi giorno,
è quasi casa, è quasi amore.





 

Una cena con Admo. Festeggiando il nuovo centro di Treviglio

“Il riso è il sole che scaccia l'inverno dal volto umano”. Victor Hugo

“Perché cerchi la gioia fuori da te, non sai che la puoi trovare solo nel tuo cuore?”. Rabindranath Tagore

“Meglio la gioia di un sorriso triste, che la tristezza di non saper sorridere”. Anonimo

Another Day In Paradise: un altro giorno in paradiso - brano di Phil Collins. Solitamente come Crazy team siamo particolarmente goliardici e sul nostro volto non manca il sorriso. E oggi lo siamo ancor più: la notizia è quella che va festeggiata, notizia che ci fa “cantare con rapimento e ballare come un derviscio” parafrasando una frase tratta dal film “Vi presento Joe Black". E visto che non sappiamo cantare, stereo acceso, le note del brano Paradise dei Coldplay che riempiono l’ambiente, luci soffuse, una bottiglia di buon vino rosso che si abbina al vestito della nostra invitata e lei, una meravigliosa dama  che “insegna alle torce come illuminare” (atto primo scena quinta di "Romeo e Giulietta" di William Shakespeare). Oggi faremo un’eccezione e vi diremo il nome della fantastica dama che ci fa compagnia: Admo. Un nome bellissimo, deriva da Associazione Donatori Midollo Osseo, ma a noi concede la licenza poetica e ci fa usare un vezzeggiativo, questa sera bella come non mai, bella come solo una donna lo sa essere, ammaliante e sensuale come solo una donna sa inebriare un uomo. Un meraviglioso abito lungo che abbraccia tutto il suo corpo come le persone che la compongono, una scollatura che mette in mostra il suo immenso cuore. Sì oggi festeggiamo e festeggeremo con lei, perché come Crazy Team di lei non ci saziamo mai. Vestito rosso Tiziano magnifico, rosso come Tiziano lo sapeva dipingere, al collo non indossa collane costose che offuscano la sua bellezza, ma un collare fatto un caucciù. La collana ha un ciondolo: un mezzo cuore in acciaio. Rappresenta gli Ospedali Riuniti di Bergamo (futuro Papa Giovanni XXIII), un cuore che ha fatto sì di salvare molte vite. Ma questo ciondolo era solo. Le passiamo un regalo, ce lo hanno dato i volontari dell’associazione. Lei con eleganza scarta il regalo, apre la confezione in velluto che questa sera fa pandant con la sua pelle tutta da toccare: un ciondolo a forma di mezzo cuore. Con un gesto sensuale la seguiamo mentre si toglie il collare, con delicatezza prende il ciondolo appena regalato e lo inserisce nel filo di caucciù. Alzati gli estremi della catenina, mezzi cuori complementari che si uniscono in un unico cuore, ora intero. Admo che con la sua bellezza rende ancor più visibile questo regalo: l'ospedale di Treviglio-Caravaggio nel quale, presso il Centro Trasfusionale, è possibile diventare donatori di midollo (tramite appuntamento. Segreteria del reparto al n. 0363-42.43.51 nella fascia oraria dalle ore 11 alle 13, dal lunedì al venerdì). Guardiamo la data sul calendario che indica 1 febbraio 2012. Non ci rimane che guardare questi due cuori riuniti, il vino ci ha inebriato e l’aroma del caffè della cena terminata invade delicatamente la stanza… Sorseggiamo il caffè mentre ammiriamo di nascosto la sua bellezza. Ci guardiamo intorno, notiamo che la stanza è "Paradise", e questo è un altro giorno in paradiso

Another Day In Paradise - Phil Collins

She calls out to the man on the street
Sir, can you help me?
It is cold and I have nowhere to sleep
Is there somewhere you can tell me?

He walks on, doesn't look back
He pretends he can't hear her
Starts to whistle as he crosses the street
Seems embarrased to be there

Oh, think twice,
'cos it's another day for you and me in paradise
Oh, think twice,
'cos it's just another day for you,
you and me in paradise

She calls out to the man on the street
He can see she's been crying
She's got blisters on the soles of her feet
Can't walk but she is trying

Oh, think twice,
'cos it's another day for you and me in paradise
Oh, think twice, 'cos it's just another day for you,
you and me in paradise
Oh Lord, is there nothing more anybody can do
Oh Lord, there must be something you can say

You can tell from the lines on her face
you can see that she's been there
Probably been moved on from every place
'Cause she didn't fit in there

Oh, think twice,
'cos it's another day for you and me in paradise
Oh, think twice, 'cos it's just another day for you,
you and me inparadise
It's another day for you and me in paradise
It's another day for you and me in paradise

Un altro giorno in paradiso

Lei chiama l'uomo sulla strada
"signore, può aiutarmi?
fa freddo e non so dove poter dormire
c'é un posto che può indicarmi?"

Lui continua a camminare, non si guarda indietro
fa finta di non sentirla, inizia a fischiettare
quando attraversa la strada
sembra imbarazzato per essere lì

Oh ripensaci,
é un'altro giorno per te e me in paradiso
oh ripensaci,
é solo un altro giorno per te
te e me in paradiso

Lei chiama l'uomo sulla strada
lui vede che lei ha pianto
lei ha i piedi ricoperti di vesciche
non riesce a camminare ma ci sta provando

Oh ripensaci,
é un'altro giorno per te e me in paradiso
oh ripensaci, é solo un altro giorno per te
te e me in paradiso
Oh signore, non c'é niente di più che qualcuno puo fare
Oh signore, ci deve essere qualcosa che puoi dire

Puoi capirlo dai lineamenti del suo viso
Puoi vedere che lei é stata li
Probabilmente si é trasferita da ogni luogo
Perché non si é trovata bene

Oh ripensaci.. Oh ripensaci,
é un'altro giorno per te e me in paradiso
oh ripensaci, é solo un altro giorno per te
te e me in paradiso
un altro giorno per te me in paradiso
un altro giorno per te me in paradiso

 

Paradise - Coldplay

When She was just a girl
She expected the world
But it flew away from her reach
So she ran away in her sleep
Dreamed of paradise
Every time she closed her eyes
When She was just a girl
She expected the world
But it flew away from her reach
And the bullets catching the trees
Life goes on it gets so heavy
The wheel breaks the butterfly
Every tear a waterfall
In a night, the stormy night she closed her eyes
In a night, the stormy night away she flies
Dream of paradise
So lying underneath the stormy skies
She said I know the sun’s set to rise
It’s gonna be paradise
Paradiso

Quando era solo una ragazzina
Lei sognava il mondo
Ma questo si allontanò dalla sua portata
E quindi lei si rifugiò nei suoi sogni
E sognava  il paradiso
Ogni volta che chiudeva gli occhi
Quando era solo una ragazzina
Lei sognava il mondo
Ma questo si allontanò dalla sua portata
E le pallottole colpivano gli alberi
La vita va avanti e diventa così pesante
Quando la ruota distrugge la farfalla
Ogni lacrima è una cascata
In una notte, notte di tempesta, lei chiuse gli occhi,
in una notte, notte di tempesta, lei vola via
Sogno di paradiso
Così, giacendo sotto i cieli in tempesta
Lei disse “io so che il sole dovrà sorgere,
e sarà il paradiso”.


 


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